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03/07/2026

POZZUOLI| “Mio padre, 84 anni e malato di Alzheimer, scomparso dal Pronto Soccorso: l’ho ritrovato da solo fuori dall’ospedale”

By redazione

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*Riceviamo e pubblichiamo

“Buonasera, vi scrivo perchè desidero raccontare quanto accaduto nella serata di ieri presso il Pronto Soccorso dell’ospedale La Schiana, non con spirito di polemica, ma perché ritengo che episodi come questo non debbano essere ignorati. Alle ore 19:09 mio padre è stato preso in carico dal Pronto Soccorso, trasportato in ambulanza. Si tratta di un uomo di 84 anni, completamente non autosufficiente, dializzato, affetto dal morbo di Parkinson e dall’Alzheimer. Le sue condizioni lo rendono una persona estremamente fragile, con importanti difficoltà di deambulazione e bisognosa di assistenza continua.

Appena l’ambulanza è arrivata, mi sono immediatamente presentato al triage per fornire personalmente tutte le informazioni necessarie sulle sue condizioni cliniche. Ho spiegato che mio padre è affetto da Alzheimer, che non è in grado di badare a sé stesso e che necessita di particolare attenzione e vigilanza.

Quelle informazioni erano quindi ben note al personale fin dal suo ingresso in ospedale. Verso le 20:30 sono stato chiamato dal triage. Mi è stato chiesto dove fosse mio padre. Sono rimasto senza parole: mio padre non si trovava più all’interno del Pronto Soccorso e nessuno era in grado di indicare dove fosse.

La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la gestione di quei momenti. Mentre vivevo un’autentica situazione di panico, non ho percepito un’attivazione organizzata delle ricerche: nessun coordinamento evidente, nessuna verifica sistematica dei reparti o degli accessi, nessuna percezione di urgenza strutturata. Alle ore 21:00 circa sono stato io stesso a ritrovare mio padre. Era all’esterno dell’ospedale, nei pressi dell’ingresso, a circa 300 metri dal Pronto Soccorso La Schiana.

Ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile. Mio padre cammina con enorme difficoltà ed è affetto da Alzheimer. La domanda che continuo a pormi è come un paziente con queste condizioni abbia potuto allontanarsi dall’area del Pronto Soccorso e raggiungere l’esterno della struttura senza che nessuno si accorgesse tempestivamente della sua assenza o intervenisse per fermarlo.

Per fortuna non è caduto e non ha riportato conseguenze. Ma sarebbe potuta finire in modo drammatico. L’aspetto più doloroso, però, non è stato soltanto quanto accaduto. È stato ciò che è successo dopo. Dopo aver riportato mio padre all’interno del Pronto Soccorso, nonostante la gravità dell’episodio e il comprensibile spavento vissuto dalla mia famiglia, nessuno ha ritenuto opportuno rivolgerci una parola di scuse. Nessuno ha espresso dispiacere per quanto accaduto, nessuno ha manifestato empatia. Ho percepito soltanto un atteggiamento di indifferenza.

Sono consapevole delle difficoltà in cui opera oggi la sanità pubblica. So bene che il personale sanitario è spesso costretto a lavorare in condizioni difficili, con organici insufficienti e turni pesanti. Un errore può accadere. Quello che, però, non dovrebbe mai mancare è l’umanità. Chiedere scusa non costa nulla. Guardare negli occhi i familiari di un paziente fragile e riconoscere la gravità di quanto accaduto è il minimo che ci si possa aspettare.

La notte, purtroppo, non era ancora finita. Mio padre è stato dimesso alle ore 3:50. L’ho accompagnato fino all’auto con la barella e, mentre lo aiutavo a salire, mi sono accorto che aveva ancora l’accesso venoso inserito nel braccio. Un’ulteriore grave disattenzione che avrebbe potuto avere conseguenze anche dopo il rientro a casa.

Questa lettera non vuole individuare un colpevole né puntare il dito contro un singolo operatore. Vuole invece richiamare l’attenzione su un problema che va oltre la cronica carenza di personale. Si parla spesso della mancanza di medici, infermieri e risorse, ed è certamente un problema reale. Ma la carenza più grave che ho riscontrato quella sera è stata un’altra: la mancanza di attenzione, di umanità e di tutela nei confronti di una persona anziana, non autosufficiente, malata e indifesa.

Mi auguro che questa testimonianza possa contribuire ad aprire una riflessione seria su quanto accaduto e che nessun’altra famiglia debba vivere la paura di perdere un proprio caro all’interno di un ospedale, sentendosi al tempo stesso sola proprio nel luogo in cui dovrebbe trovare cura, protezione e rispetto. Con amarezza, ma anche con la speranza che qualcosa possa cambiare“.

Emiliano

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