Bradisismo, il vulcanologo Luongo: “Il terremoto del 31 luglio ha prodotto dei cambiamenti”
Il terremoto del 31 luglio nei Campi Flegrei continua ad alimentare il confronto all’interno della comunità scientifica. A intervenire a Pozzuoli News 24 è Giuseppe Luongo, vulcanologo ed ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che pone l’accento sulla necessità di approfondire il meccanismo attraverso il quale si è sviluppato l’evento sismico, senza fermarsi alla semplice valutazione dei parametri registrati.
“Se faccio una critica, la faccio sul fatto e non sulle persone, che non c’entrano e hanno le responsabilità che si sono scelte“, chiarisce Luongo, prima di soffermarsi sulle comunicazioni dell’Osservatorio Vesuviano successive al terremoto.
Secondo il vulcanologo, l’affermazione secondo cui «non è cambiato nulla» dopo l’evento del 31 luglio meriterebbe un approfondimento. “Ora non è cambiato nulla, viene il dubbio di come si fa a dire che non è cambiato nulla?“, osserva.
“È stato il terremoto di massima energia registrato nei Campi Flegrei”
Il punto centrale della riflessione di Luongo riguarda la portata dell’evento. Il terremoto del 31 luglio, sottolinea, è stato caratterizzato da un’energia particolarmente elevata, al limite dei valori massimi previsti dagli studi scientifici condotti sul territorio flegreo. “Se quello è stato il terremoto di massima energia mai registrato nei Campi Flegrei, ai limiti dei valori massimi previsti dalle indagini scientifiche che si sono fatte in questo territorio“, spiega.
Per Luongo, dunque, non sarebbe sufficiente limitarsi a stabilire che l’evento non abbia modificato lo scenario complessivo del bradisismo. A suo giudizio, è soprattutto il meccanismo che ha prodotto il terremoto a rappresentare un elemento di particolare interesse scientifico. “È avvenuto un meccanismo del fenomeno straordinario“, afferma, sostenendo che l’Osservatorio potrebbe spiegare che si tratta di un meccanismo complesso che necessita di essere studiato con attenzione.
Il ruolo del Monte Olibano e l’ipotesi dell’iniezione di fluidi
Luongo richiama quindi alcuni modelli scientifici, precisando che non si tratta di elaborazioni proprie, secondo i quali il terremoto potrebbe essere collegato a un’improvvisa iniezione di fluidi nell’area del Monte Olibano. “Secondo alcuni modelli, non realizzati da me ma accettati, il meccanismo potrebbe essere legato a un’iniezione di fluidi sotto il Monte Olibano“, spiega.
L’ipotesi descritta dal vulcanologo prevede che, dopo l’iniezione improvvisa dei fluidi, la roccia possa essersi fratturata, determinando successivamente un collasso del suolo e anche abbassamenti nella parte centrale della caldera. Si tratta, sottolinea Luongo, di un fenomeno che avrebbe prodotto un segnale rilevante dal punto di vista scientifico e che, proprio per questo, dovrebbe essere oggetto di un confronto più ampio tra gli studiosi. “Quello è stato un segnale rilevante che andrebbe discusso dalla comunità scientifica“, sostiene.
“Mi aspetto che i più competenti mi diano torto o ragione”
Luongo non presenta la propria interpretazione come una conclusione definitiva. Al contrario, rivendica la necessità che l’ipotesi venga sottoposta al vaglio degli altri ricercatori. “Mi aspetto da quelli più competenti di me a darmi torto o ragione analizzandolo“, afferma.
Il tema, quindi, non sarebbe soltanto quello di stabilire se il terremoto abbia modificato o meno i parametri del sistema vulcanico flegreo, ma di comprendere nel dettaglio come sia stata liberata l’energia durante l’evento. “Se qualcuno può dirci cosa è accaduto, almeno come meccanismo, che non è stato detto, cioè come è avvenuto e come interpretate questo fenomeno“, è la richiesta dell’ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano.
“La ricerca deve essere libera”
Nella parte finale del suo intervento, Luongo pone anche una questione più generale relativa al rapporto tra ricerca scientifica e gestione dell’emergenza. Il vulcanologo ipotizza che, qualora l’Osservatorio Vesuviano fosse condizionato nelle proprie valutazioni scientifiche dalle scelte della Protezione Civile, si creerebbe una sovrapposizione tra il compito della ricerca e quello della gestione del rischio.
“Se poi l’Osservatorio Vesuviano è legato alle scelte della Protezione Civile e quindi non può dare indicazioni di carattere scientifico se non dopo essersi consultato con la Protezione Civile, questo non lo sappiamo“, osserva. Luongo auspica quindi che non sia così, ribadendo la necessità di mantenere distinta la valutazione scientifica dalle decisioni operative.
“La ricerca deve essere libera, deve valutare la pericolosità di quest’area e non fare altre operazioni, di scelte dove andare, come costruire. Questo è compito della comunità colpita dal fenomeno“, conclude.
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