Da Pozzuoli, alla costa egea della Turchia, oltre mille chilometri attraverso il Mediterraneo: è il viaggio compiuto da diciannove preziose ceramiche romane, prodotte tra l’età di Augusto e quella di Tiberio e ritrovate nel santuario di Apollo a Klaros, nell’attuale Turchia occidentale.
Lo studio
Lo studio archeologico, pubblicato nel 2026 sulla rivista Arkeoloji Dergisi, ha permesso di identificare due centri di produzione: Arezzo, in Toscana, e Pozzuoli, in Campania. Un risultato ottenuto grazie all’analisi dei marchi dei ceramisti e a sofisticate indagini scientifiche, tra cui osservazioni al microscopio e analisi a raggi X.
I reperti
I reperti appartengono alla Terra Sigillata Italica, una raffinata ceramica da mensa caratterizzata dalla tipica superficie rossa e lucida. Tra gli oggetti spicca un grande piatto del diametro di 54 centimetri, probabilmente destinato a servire il cibo durante pasti collettivi. Il repertorio comprende anche coppe, recipienti profondi e frammenti di ceramiche decorate a rilievo.
Particolarmente interessanti sono i marchi impressi sull’argilla, che hanno consentito di riconoscere alcuni produttori: Sextus Annius e probabilmente C. Vmbricius, legati alle officine aretine, e N. Naevius Hilarus, ceramista con officina a Puteoli, l’antica Pozzuoli. La tipologia del bollo colloca la produzione intorno agli anni 1-20 d.C.
Le analisi archeometriche hanno confermato le diverse provenienze. Lo studio delle sezioni ceramiche al microscopio ha individuato caratteristiche minerali differenti, mentre la fluorescenza a raggi X ha permesso di distinguere la composizione chimica delle argille toscane da quelle campane.
La provenienza
Rispetto a quello toscano, il reperto ITS 17 attribuito a Pozzuoli presenta un impasto più grossolano, con inclusioni minerali più grandi e abbondanti. Tra queste compare la biotite, un minerale particolarmente significativo perché compatibile con la geologia vulcanica della Campania.
La differenza tra i due impasti offre una prima distinzione tra le materie prime utilizzate nelle officine toscane e quelle campane. Le ceramiche attribuite a Pozzuoli presentano generalmente livelli più elevati di calcio e stronzio e valori inferiori di cromo e nichel rispetto al gruppo aretino.
Questi dati sono coerenti con le caratteristiche geologiche dell’area campana, caratterizzata da una storia vulcanica. Il risultato finale è particolarmente significativo: i campioni ITS 1-16 vengono attribuiti alla produzione di Arezzo, mentre ITS 17-19 sono ricondotti a Pozzuoli.
La sua funzione
Ma chi utilizzava queste stoviglie così lontane dai luoghi di produzione? I reperti provengono dagli ambienti del settore YK, frequentati dal personale amministrativo e religioso del santuario e, probabilmente, da ospiti di alto rango. Potrebbero essere stati impiegati durante banchetti e occasioni conviviali oppure portati come oggetti personali e offerte votive ad Apollo.
Scambi commerciali
La loro presenza testimonia l’intensità degli scambi commerciali tra la penisola italiana e l’Asia Minore in età romana. Le ceramiche potevano raggiungere i porti dell’Egeo attraverso rotte marittime, per poi essere trasferite verso Klaros.
Diciannove semplici stoviglie diventano così preziosi documenti di una rete mediterranea che collegava artigiani, mercanti, funzionari e luoghi di culto. E grazie alla scienza, a duemila anni di distanza, è stato possibile riconoscere persino la diversa origine della terra con cui furono realizzate.