FATE PRESTO
Non è più il tempo delle analisi. Non è più il tempo delle promesse. Non è più il tempo delle passerelle istituzionali, delle conferenze stampa e delle rassicurazioni.
È il tempo delle decisioni.
I Campi Flegrei stanno vivendo uno dei momenti più delicati della loro storia recente. Il terremoto del 31 luglio non è stato soltanto una forte scossa che ha fatto tremare case e coscienze. È stato lo specchio di tutte le fragilità di un territorio che da anni convive con il bradisismo, ma che continua a pagare il prezzo di ritardi, opere incompiute e interventi rinviati.
Oggi la paura non nasce soltanto dalla forza della natura. Nasce dalla sensazione che, ancora una volta, si sia arrivati impreparati.
Infrastrutture fragili, territorio isolato
La nuova chiusura della linea Cumana ne è l’emblema. La galleria del Monte Olibano, tra Dazio e Gerolomini, è stata nuovamente interdetta dopo il riscontro di importanti lesioni strutturali. Una galleria che ha meno di trent’anni.
Ed è inevitabile chiedersi come sia stata progettata e costruita. È normale che un’infrastruttura così recente riporti danni tali da interrompere completamente il servizio? Oppure bisogna interrogarsi sulla qualità delle opere realizzate negli anni passati?
Perché se ogni terremoto di questa intensità deve tradursi nella chiusura delle infrastrutture ferroviarie, allora nei Paesi dove il rischio sismico è decisamente più elevato i treni non dovrebbero circolare quasi mai.
E invece lì si investe in prevenzione, tecnologia, manutenzione e adeguamento continuo. Qui, troppo spesso, si interviene soltanto quando il problema è ormai esploso.
E così Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida tornano ancora una volta a essere isolate. Era già successo con la lunga chiusura della Cumana tra luglio 2025 e gennaio 2026. Sei mesi che hanno messo in ginocchio pendolari, lavoratori, studenti, commercianti e operatori turistici.
Oggi la storia si ripete. E nessuno sa dire quanto durerà questa nuova emergenza.
Alla chiusura della Cumana si aggiunge quella della galleria della Linea 2 della metropolitana per gli elevati livelli di anidride carbonica. Anche in questo caso la domanda è inevitabile: possibile che un fenomeno monitorato da tempo venga affrontato soltanto quando impone lo stop al servizio?
Fa quasi sorridere, amaramente, che l’unica infrastruttura sotterranea che continua a garantire collegamenti sia il tunnel della Tangenziale di Napoli, che attraversa uno dei punti geologicamente più delicati dell’intera area flegrea, passando quasi sotto la Solfatara.
La prevenzione non può arrivare dopo l’emergenza
Ma le infrastrutture sono soltanto una parte del problema. L’altra si chiama prevenzione.
Il crollo del costone ai Gerolomini non è stato un fulmine a ciel sereno. I residenti avevano segnalato da tempo la presenza di criticità. Quelle segnalazioni sono rimaste lettera morta.
E oggi nessuno può dire di essere sorpreso. Lo stesso vale per altri costoni che attendono ancora interventi urgenti, come quelli de La Pietra e del tratto costiero tra Bacoli e Monte di Procida.
Davvero vogliamo aspettare un’altra frana prima di intervenire?
Famiglie e imprese non possono essere lasciate sole
Poi ci sono le persone. Quelle che spesso finiscono in fondo ai comunicati stampa.
Famiglie sgomberate dal maggio 2024 che ancora oggi aspettano risposte. Cittadini costretti a vivere fuori casa per mesi, in alcuni casi per oltre due anni, mentre affrontano un percorso burocratico estenuante per ottenere contributi che dovrebbero essere garantiti automaticamente.
C’è chi è stato costretto perfino a ricorrere al TAR per vedersi riconoscere diritti elementari. Dopo il terremoto del 31 luglio altre famiglie hanno lasciato le proprie abitazioni.
Altre si aggiungono a una lista che continua ad allungarsi. E centinaia di cittadini fanno i conti con lesioni, crepe, intonaci crollati e appartamenti da mettere in sicurezza.
Chi pagherà questi danni?
Chi sosterrà le attività commerciali che stanno perdendo clienti e fatturato?
Chi garantirà che queste persone possano tornare a vivere normalmente?
Le opere strategiche non possono più aspettare
Anche il patrimonio storico e religioso paga il conto. Chiese già interessate da lavori di consolidamento hanno riportato nuovi danni. Interventi urgenti diventano indispensabili, così come tempi certi per la loro esecuzione.
Ma il vero nodo resta quello delle grandi opere. Da anni si parla di infrastrutture considerate fondamentali anche nell’ambito dei piani di emergenza per il rischio vulcanico.
L’ingresso della Tangenziale in direzione Roma.
Il parcheggio di via Artiaco con il terminal di Monte del porto di Pozzuoli destinato a diventare hub della Protezione Civile.
Il nuovo porto nell’area ex Sofer.
Il raddoppio di via Annecchino.
Il sottopasso di via Domiziana.
Il nuovo accesso all’ospedale Santa Maria delle Grazie.
Interventi annunciati, finanziati, progettati. Troppo spesso rimasti sulla carta o proceduti con una lentezza incompatibile con la realtà che i Campi Flegrei stanno vivendo.
Lo Stato passi dalle parole ai fatti
Nelle ultime ore qualcosa sembra essere cambiato anche nel linguaggio delle istituzioni. Il ministro Musumeci parla di risorse senza limiti per ridurre il rischio. Il capo della Protezione Civile Fabio Ciciliano riconosce la necessità di accelerare.
Sono parole importanti.
Perché fino a pochi mesi fa sembrava quasi che il problema fosse rappresentato da chi aveva scelto di vivere nei Campi Flegrei, come se migliaia di cittadini dovessero sentirsi responsabili di abitare una terra che da sempre convive con il bradisismo e che rappresenta una delle aree vulcaniche più monitorate al mondo.
No. Il problema non sono i cittadini. Il problema è aver perso troppo tempo. I puteolani, i bacolesi, i montesi e tutti gli abitanti dell’area flegrea non chiedono privilegi.
Chiedono uno Stato presente.
Chiedono opere pubbliche.
Chiedono interventi sugli edifici.
Chiedono prevenzione.
Chiedono tempi certi.
Chiedono di poter vivere senza sentirsi dimenticati dopo ogni conferenza stampa.
Lo Stato ha il dovere morale, prima ancora che istituzionale, di dimostrare che la sicurezza di questo territorio è una priorità nazionale. Perché ogni euro investito oggi in prevenzione eviterà domani costi economici e umani infinitamente superiori.
Pozzuoli e i Campi Flegrei non possono continuare a vivere sospesi tra una scossa e l’altra, aspettando ogni volta di capire quale strada verrà chiusa, quale edificio sarà sgomberato o quale attività sarà costretta ad abbassare la saracinesca.
Il tempo delle parole è finito.
Adesso servono cantieri.
Servono risorse.
Servono decisioni.
Servono fatti.
Fate presto. Perché Pozzuoli e i Campi Flegrei hanno già aspettato abbastanza.
Gennaro Volpe
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